
Emigrazione nella canzone napoletana: lacrime e melodie
“Gennaro guardava il porto di Napoli al tramonto, stringendo tra le mani il fazzoletto della madre. Sul piroscafo, lontano dalla città, intonava piano “Santa Lucia Luntana”, come se la sua voce potesse traghettare il cuore di chi restava.”
Ci sono nostalgie che fanno bene.
Sanno di sole, di balconi aperti, di una voce che arriva da lontano.
Altre sanno di dolore, di desiderio quasi negato.
La canzone napoletana è nata anche come una carezza per chi stava per partire.
Un modo per dire: “Non dimenticare.”
Tra il 1876 e il 1911 circa 11,1 milioni di italiani lasciarono la loro terra, e di questi almeno 4 milioni provenivano da Napoli e dintorni. I figli dimenticati dell’Unità d’Italia lasciavano un Sud povero, dove la promessa di una patria unita era rimasta lontana dalla loro vita quotidiana. Molti partivano con poche valigie e una promessa di futuro, stipati in stive di piroscafi per settimane, con il mare che diventava confine tra sogno e nostalgia. Tanto la letteratura quanto la musica del Novecento, soprattutto napoletana, hanno affrontato ampiamente il tema dell’emigrazione.
Alcune canzoni smettono di essere semplici canzoni. Non sono più solo melodie: diventano parte dell’anima di un popolo. In quel periodo storico, i brani non nascono da virtuosismi musicali, ma da necessità, da onde emotive, da addii dolorosi.
“Santa Lucia Luntana”, nata nel 1919 dalla penna e dall’anima di E.A. Mario, è il canto dell’emigrante per eccellenza. Non è una canzone: è un abbraccio per chi parte e per chi resta.
“Santa Lucia,
luntano ‘a te,
quanta malincunia.”
Secondo racconti tramandati, durante l’emigrazione tutti intonavano questo brano guardando l’oceano, la notte prima di arrivare in America. Un modo per dire: “Non siamo soli. La nostra Napoli è ancora qui.”
Un altro esempio emblematico è “Lacreme napulitane” del 1925, dalla penna di Libero Bovio:
“E nce ne costa lacreme st’America
a nuje Napulitane.
Pe’ nuje ca ce chiagnimmo ‘o cielo ‘e Napule,
comm’è amaro stu ppane.”
Bovio si trovava davanti a una ferita troppo grande per essere raccontata con la voce della cronaca: l’esodo sterminato dei figli dimenticati dell’Unità d’Italia, uomini e ragazzi che salutavano il porto sapendo che forse non lo avrebbero mai rivisto.
Ma una tragedia nazionale, per diventare canto, deve farsi sussurro. Deve parlare la lingua delle case povere, dei cortili, delle madri affacciate alle finestre. Deve scendere nella vita minima di qualcuno, scegliere un volto, una promessa, un addio.
Così Bovio, con “Lacreme napulitane”, compie il gesto più semplice e insieme più potente: prende il destino collettivo e lo stringe dentro una piccola storia. Un emigrante qualunque, una vicenda comune, una canzonetta melodica apparentemente lieve, capace però di toccare chi ascolta perché parla la stessa lingua del dolore.
Ed è lì che accade qualcosa di straordinario: la vicenda privata si dilata. La stanza diventa porto, il pianto diventa mare. La sofferenza di uno solo si fa coro. E quella piccola storia di povera gente, cantata con parole semplici, si alza lentamente fino a farsi epica: memoria sonora di una generazione costretta a partire. Diventa un monumento… ma non di marmo. Un monumento di voce.
“E così, mentre i piroscafi si allontanano e le luci della città diventano piccole scintille, la voce della canzone resta: un filo invisibile che lega chi parte a chi resta, chi piange a chi ascolta.”
di Anita Laddomada
Error: No connected account.
Please go to the Instagram Feed settings page to connect an account.