
Canzone napoletana in Africa: l’esperienza di Renato Carosone
Nell’ampio e variegato universo della canzone classica napoletana, Renato Carosone è forse il nome che si è impresso maggiormente a livello mondiale. La sua carriera inizia nel 1937 a soli 17 anni, quando viene ingaggiato da una compagnia orchestrale come pianista in un locale di Massaua, in quella che allora era l’Eritrea italiana, portando la canzone napoletana in Africa. Inizialmente la sua musica e il suo repertorio non vengono apprezzati dagli italiani che frequentavano il locale, persone del Nord che desideravano ascoltare musica italiana e non capivano né il dialetto napoletano né il modo di suonare di Carosone. Quell’esperienza, dunque, dura poco, ma Carosone non si arrende e si sposta ad Asmara. Lì conosce la sua futura moglie, una famosissima e richiestissima ballerina. Poco dopo il matrimonio, nel 1938, si trasferisce ad Addis Abeba dove lavora come direttore d’orchestra. Tuttavia, dopo lo scoppio della guerra egli è costretto ad arruolarsi, ma la sua partecipazione alla guerra è breve: nel 1941, dopo l’occupazione della capitale da parte dell’esercito inglese, Carosone diserta e riprende la sua attività ad Asmara. Lì diventa direttore musicale del teatro Odeon, diretto da suo cugino. Nel suo repertorio c’erano tutti i pezzi più famosi da ballo americani, ed è lì che Carosone riscuote un enorme successo e diventa un artista estremamente noto. Alla fine della guerra, nel 1946, riesce a tornare in Italia con la sua famiglia. Anche dopo il suo ritorno in Italia, il bagaglio culturale, musicale e di esperienza che ha acquisito e accumulato nel decennio africano lo aiuterà a trovare quel sound con il quale si è impresso nella tradizione musicale napoletana ma anche americana: la contaminazione tra suoni swing e jazz e canzone classica napoletana, caratteristica che l’ha reso l’artista partenopeo forse più noto nel mondo. Le sue canzoni, insomma, ancora oggi sono parte di un repertorio globale che ha reso Renato Carosone immortale.
Oltre a Carosone, ci sono stati altri due grandissimi interpreti della canzone classica napoletana che proprio in quegli anni stavano per emergere, ci riferiamo in particolare a Roberto Murolo e Sergio Bruni.
Negli anni ‘30, proprio quando Carosone cominciava la sua carriera in Africa, Roberto Murolo fonda un quartetto jazz, il “Mida Quartet” – sulla falsariga dei “Mills Brothers” – il cui repertorio è quello della tradizione jazz e swing americana. Con il quartetto gira l’Europa negli anni della guerra e la sua carriera internazionale si conclude insieme a quella di Carosone – anch’egli, infatti, torna in Italia nel 1946. Il quartetto si scioglie subito dopo, e Roberto Murolo ritorna alle sue origini musicali partenopee, riavvicinandosi al repertorio di cui si occupava suo padre, Ernesto Murolo, uno dei più grandi poeti e autori di canzoni classiche napoletane.
Sergio Bruni, nome d’arte di Guglielmo Chianese, è stato invece un attivo partigiano durante la Seconda guerra mondiale; ha partecipato anche alle Quattro Giornate di Napoli nel settembre 1943, restando gravemente ferito a una gamba. Poco dopo inizia la sua carriera brillante, con il suo stile inconfondibile.
Carosone, Murolo, Bruni: tra estrazioni sociali diverse, gavetta e viaggi: ognuno a suo modo, sono stati artefici di una vera e propria rivitalizzazione della canzone classica napoletana, grazie al loro talento e a quei bagagli culturali che hanno permesso una profonda contaminazione tra la musica della tradizione partenopea e variegati generi musicali, dal jazz alla musica araba al repertorio da ballo, rendendola così un prezioso patrimonio immortale.
di Silvia Mauro
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