
Jazz d’oltreoceano e Mediterraneo: Nauplia
Il progetto discografico di Maria Pia De Vito in collaborazione con Rita Marcotulli nasce in un periodo storico, il 1995, durante il quale la strada della contaminazione e fusione tra jazz e tradizione musicale napoletana era già stata spianata da pionieri quali James Senese e Pino Daniele. L’album esplicita il suo obiettivo già nel titolo: “Nauplia”. Un nome che evoca il legame profondo tra Napoli e la Grecia, suggerendo la simbiosi culturale delle due tradizioni mediterranee. De Vito compie un’operazione coraggiosa e fa un passo ancora più in avanti rispetto ai suoi predecessori, decidendo di fondere il jazz con la canzone classica napoletana attraverso la rivisitazione di brani storici della cultura partenopea, intervallati da inediti.
L’album si apre proprio con una di queste rielaborazioni: “’Miezo ‘o grano”. La scelta non è casuale: la traccia detta una linea stilistica e un’atmosfera che, salvo rare eccezioni, attraverseranno l’intero disco. Il brano comincia con l’intimità di una ninna nanna, sorretto unicamente dal pianoforte di Marcotulli e dalla voce di De Vito, che conferiscono al pezzo un tocco etereo. A metà percorso, l’ingresso delle percussioni apre una nuova sezione più spiccatamente jazz; qui anche il pianoforte e la voce cambiano registro, passando da un tocco sussurrato a uno più deciso e dinamico.
Caratterizzata da una struttura ad anello, la composizione torna ad addolcirsi nel finale, rallentando il tempo. La chiusura è caratterizzata dai vocalizzi della De Vito, accompagnata da Rita Marcotulli che sembra quasi far cantare il pianoforte. Rispetto alla versione originale del 1909 (composta da Nicolardi e Nardella, e resa celebre da Roberto Murolo nel 1964), questo arrangiamento gioca molto di più sui contrasti dinamici, arricchendosi di improvvisazioni senza mai tradire l’intenzione originale di una delicata serenata.
Un altro classico della tradizione napoletana presente nel disco è “Scalinatella”. Questa celebre canzone fu scritta nel 1948 da Giuseppe Cioffi ed Enzo Bonagura, e incisa l’anno dopo da Roberto Murolo, prima di essere reinterpretata da grandi nomi come Carosone, Bruni e Ranieri. La versione di Maria Pia De Vito si apre con il contrabbasso e il pianoforte, che entrano in maniera estremamente delicata. Anche se cambia la scelta degli strumenti, sostituendo la classica chitarra napoletana con il piano e il contrabbasso, l’atmosfera non si perde: il brano mantiene intatta tutta la dolcezza e la delicatezza della versione originale.
L’album è composto da brani già noti al pubblico, seppur riscoperti in una veste completamente nuova, e da inediti. I brani nuovi risultano molto più sperimentali a livello musicale, e decisamente più “jazz” nell’accezione più autentica e classica del genere, sempre nell’ottica di una fusion con la musica popolare napoletana (in particolare la tammurriata). Emblematico in questo senso è il brano “Zitto chi sape ‘o juoco”, tramite il quale si entra nel pieno della fusione tra musica popolare napoletana e jazz, simboleggiata dalla tipica modalità di canto del genere, lo “scat singing”, seguita da una melodia e un cantato che ricordano proprio una tammurriata.
Un altro inedito che mescola jazz e canzone popolare napoletana è “’Nfrisca all’anema ‘e chilli quatto”. Il pezzo si apre soltanto con una tammorra (suonata da Alfio Antico), a cui si aggiunge poi un contrabbasso (Enzo Pietropaoli). In questo brano, così come in “Zitto chi sape ‘o juoco”, si nota un cambio di registro da parte della voce: l’impostazione è sempre jazz – cosa che si può notare anche dai costanti cambiamenti di ottava e dal tempo terzinato e sincopato – ma la voce è molto più decisa e forte, il che ci riporta al tipico modo di cantare della tradizione musicale popolare partenopea.
Nel corso dell’intero album sono evidenti diversi “fil rouge”: in primis la struttura ad anello che torna in moltissimi brani, oltre ovviamente ad una sorta di dialogo costante tra la musicalità della lingua partenopea e il sound più squisitamente jazz. Si può affermare che l’anima di questo album stia proprio nella profonda connessione che c’è tra la cultura napoletana, quella greca e mediterranea e quella americana, un legame reso possibile dalla musica, che da sempre suona come linguaggio universale in tutto il mondo.
di Silvia Mauro
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