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Antropologia e canzone napoletana

Spostare lo sguardo dall’opera al contesto è sempre un’operazione tanto utile quanto difficile, ma ci aiuta a passare dall’autore e dal testo all’uso e alla comunità. Come abbiamo già detto in altre occasioni, la canzone napoletana classica è stata usata nel corso della storia per varie ragioni: riti, pratiche religiose, uso popolare, strumento di elaborazione del dolore ecc. Ed è proprio grazie al rapporto tra antropologia e canzone napoletana che sappiamo questo.

Ad esempio, per l’antropologia un fatto artistico non si può separare dal proprio contesto sociale. Come sappiamo, la canzone napoletana classica nasce in posti precisi – strade, cortili, teatri – e si è diffusa attraverso la divulgazione popolare. Non è un qualcosa che rientra negli schemi e che dunque va semplicemente “consumato”, ma che va condiviso rendendo universali sentimenti individuali. In questo senso, è un buon esempio “La fontana rotta” di Thomas Belmonte, romanzo antropologico che mostra come, tra pratiche quotidiane all’interno dei quartieri popolari di Napoli, musica e canto costituiscano una parte fondamentale della socialità napoletana. 

Per interpretare la funzione della canzone napoletana classica, inoltre, potremmo avvalerci anche del pensiero di Ernesto de Martino, antropologo napoletano che ha portato avanti studi su vari temi come lutto, crisi della presenza e rito e che ha mostrato, contrariamente all’idea di Belmonte che invece rinnegava il simbolo in quanto icona, come le pratiche simboliche (artistiche soprattutto) riescano ad evitare lo smarrimento dell’individuo di fronte a vari tipi di sentimenti, esorcizzandoli. 

Storicamente, molti brani provano l’esistenza di questo ponte tra antropologia e canzone napoletana operando in questo senso. Ad esempio, potremmo nominare “Era de Maggio” del 1885 di Di Giacomo e Costa che parla di assenza, oppure “I’ te vurria vasà” del 1900 di Russo, Di Capua e Mazzucchi che invece inscena un desiderio trattenuto. Il canto non elimina la sofferenza narrata, ma la mette alla portata di tutti. 

Un punto comune che emerge però dalle osservazioni etnografiche di Belmonte e dalle analisi di de Martin è che l’arte è simbolo dell’esperienza vissuta dal singolo, riuscendo ad impedire all’emozione che ne scaturisce di diventare distruttiva. Per de Martino, inoltre, al centro di tutto c’è il corpo che nel caso della canzone è incarnato dalla voce, in quanto il canto è un atto che coinvolge il corpo stesso. La vocalità dialettale riesce a trasformare le emozioni descritte come poche altre al mondo, mettendole su un piano accessibile a tutti. Non a caso è tra le più usate ancora oggi in contesti collettivi: feste, incontri familiari, momenti di condivisione informale. Scene simili le ritroviamo proprio descritte da Belmone ne “La fontana rotta”. 

Per quanto riguarda il linguaggio, esso stesso diventa un registro simbolico se analizzato antropologicamente. Parole come “core”, “siente”, “turnà” non si limitano ad indicare qualcosa ma ad esprimere il sentimento che quella cosa provoca in ognuno di noi, diventando metafora. Ad esempio, in “‘O sole mio”, il paesaggio non fa altro che rappresentare lo stato dell’animo e ciò è possibile grazie appunto al linguaggio che viene usato. 

Altro passaggio importante è quello del tempo, che nella canzone napoletana classica è quasi sempre ciclico, fatto di mancanze e ritorni (stagioni, amori, attese). Non a caso, per de Martino la nostalgia non è pura malinconia ma una connessione tra passato e presente. Analogamente, l’analisi di Belmonte è relazionale: potremmo dire che cantare di ciò che è stato aiuta a mantenere vivo un rapporto tra generazioni, creando una memoria condivisa.

Ed è proprio quest’ultimo punto che noi di Napulitanata mettiamo al centro di tutto: l’importanza di mantenere una continuità nella narrazione della città, non folkloristica ma specchio della realtà sociale che siamo abituati a vivere: difficile, contraddittoria, ma con un senso di unicità come poche altre.

di Luca Schisano

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