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Ascoltare Bach ad Herat

Ascoltare Bach ad Herat – Quand’ero piccolina, comunicavo così col mio papà: gli regalavo una marea di cd da fargli ascoltare nei suoi lunghi viaggi, cd dove inserivo, in ordine di importanza, tutte le mie canzoni preferite. Quelle dei Coldplay, di Bruce Springsteen, della musica indie, di High School Musical. Scrivevo a mano, su un foglio che aderiva alla copertina di plastica, il titolo di ogni canzone e cosa questa significasse per me. Per ricambiare, mio padre mi ha fatto ascoltare tutti, ma proprio tutti, gli album di Claudio Baglioni, senza dimenticare ovviamente Lucio Dalla, Battisti, i Beatles, chi più ne ha, più ne metta. Ma credo che questa comunicazione, sia stata stabilita tra noi molto tempo prima della mia nascita: il primo concerto che ho ascoltato, avevo sette mesi, ma nella pancia di mia mamma.

Questo tacito, ma non troppo, scambio, mi ha permesso di capire l’uomo che è mio padre, la sua sensibilità, il suo modo di pensare. Penso a quando conosco per la prima volta delle persone, e le prime domande che mi vengono in mente sono: qual è il tuo film preferito? Che musica ascolti? Come se le risposte potessero già fornire un identikit di chi ti sta di fronte. Perché sì, l’arte, la musica ha questo potere: quello della conoscenza, e di conseguenza, del ricordo.

Ad oggi, non riusciremmo mai a pensare ad un mondo senza musica, per me è impossibile pensare di superare una giornata senza musica. Ma non bisogna mai dare niente per scontato.

È da parecchi giorni, che ad Herat, in Afghanistan, strumenti di qualsiasi tipo bruciano, o vengono spaccati da asce. Alcuni faticano a morire però, come una fisarmonica, simile a quella che viene suonata ai nostri concerti. Ed è questo quello che mi ha (com)mosso. La resistenza.

La nuova trovata del regime dei Talebani per castrare l’identità del popolo afghano, è ora, quella di cancellare in tutti modi possibili, la musica. Distruggendo strumenti, chiudendo stazioni radio, arrestando e torturando musicisti di strada e non, perché “la promozione della musica porta alla corruzione morale e il suonare la musica inganna i giovani”, dichiara Aziz al-Rahman al-Muhajir, responsabile del ministero per la promozione della virtù e la prevenzione del vizio della provincia di Herat. Un concetto che la mia mente fatica a comprendere, eppure.

È vietato suonare in pubblico, se non ai matrimoni, ma canti solamente religiosi senza essere accompagnati da strumenti. Non godere di musica dal vivo oltre che negare l’esperienza, ci priva della possibilità di far fruire la musica in maniera diversa, facendoci sentire tutti parte di una comunità.

Questa violenza vede (come di consueto), il suo principale bersaglio nella donna, privata ormai di tutto ciò che noi riteniamo ovvio (l’istruzione, l’accesso ai parchi, palestre, luoghi di culto, per non parlare del lavoro e la sola possibilità di camminare a volto scoperto per strada). Penso alle nostre cantanti di Napulitanata: così diverse, nel fisico e nella voce, così uniche e belle. Cosa sarebbe la musica (napoletana e non) senza la femminilità e la sensualità della voce e del corpo della donna, a favore della musica stessa? Perderemmo tutti un aspetto fondamentale: quello umano.

Cancellare la musica è cancellare la nostra identità, personale e collettiva, il nostro modo di esprimerci, la nostra civiltà. «La musica è una tecnologia della memoria e del ricordo. È un ingrediente attivo nella costruzione delle nostre identità individuali e collettive. Ha un ruolo centrale nella valorizzazione del nostro passato, nel legittimare l’esistente e nello sviluppare nuovi linguaggi, generare elementi di innovazione espressiva e creativa», spiega Lello Savonardo (professore di comunicazione presso l’università Federico II di Napoli, esperto di media e culture giovanili e sociologia della musica) a Vanity Fair. Il valore sociale è inestimabile. Penso a delle canzoni fondamentali napoletane, che hanno aiutato la nostra popolazione a superare momenti di estrema difficoltà come Santa Lucia launtan, Connola senza mamma, Lacreme napulitane.

“È con la musica che avvengono la maggior parte delle contaminazioni culturali” sottolinea il professore. “[…] È censurare, chiudere i confini, mettere i paraocchi alla cultura limitandone i confini di espressione possibili, ma anche le ricadute politiche e culturali nella visione critica, nella capacità di conoscere e comprendere il mondo e se stessi».

Ma quale pericolo c’è nell’aprirsi all’altro? Perché è giusto farlo? La musica è memoria, emotività: cancellarla, significa risultare vigliacchi vincitori. Pensiamo: cosa saremmo noi, senza la nostra musica? E si ‘O sole mio, non è l’unico brano che ci identifica, ma cosa saremmo senza quelle parole di Giovanni Capurro e la musica di Eduardo Di Capua e Alfredo Mazzucchi?

I concerti di Napulitanata, regalano un momento unico di pianoforte, dove il maestro Pasquale Cirillo, ha la capacità, sempre, di ricreare un momento raro: alla luce di sole candele, suona brani come Santa Lucia e Claire de Lune di Debussy, Pianofortissimo di Carosone e Toccata in Re minore di Bach. Quell’attimo non lo perdo mai, ne godo appieno, fino all’ultimo tocco. Perché quell’attimo non mi è dovuto, non è meritato: è un dono, che ho la possibilità di vivere in libertà, e non capirò mai perché qui è possibile e in altre parti del mondo no.

Non diamo mai per scontano neanche quello che crediamo così quotidiano, così semplice, così nostro, come la musica.

 

Di Alessia Thomas 

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