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La sala da concerto Napulitanata aggiunge un nuovo brano al repertorio delle serate: “Dove sta Zazà?”, canzone napoletana classica del 1944 scritta da Raffaele Cutolo, il paroliere, e Giuseppe Cioffi, il compositore, che racconta un vero e proprio giallo musicale. Durante la festa di San Gennaro i due protagonisti del brano, Isaia e Zazà, passeggiano per Napoli e ascoltano la banda di Pignataro suonare “Il Parsifallo”, titolo storpiato del dramma musicale di Richard Wagner “Parsifal”. Ma improvvisamente, sul più bello dell’esibizione, Zazà scompare tra la folla. Viene fatta sparire o se ne va di sua spontanea volontà? Così, Isaia inizia a cercarla disperatamente chiedendo di lei a tutti, anche ai musicisti della banda. Dopo un anno di ricerca senza risultati, Isaia ritorna sul luogo della sparizione, e se non dovesse ritrovare Zazà, si fidanzerà con la sorella di lei.

Ma prima di pensare a dove fosse finita, chi era Zazà? La storia alle spalle del brano è davvero interessante. Il nome Zazà appare spesso in altri contesti, come il titolo dell’opera lirica in quattro atti di Leoncavallo, “Zazà” (1900), oppure il personaggio nella commedia di Raffaele Viviani “Scalo Marittimo” (1918). Una prima versione, con un testo di R. Cutolo completamente differente e la musica di Lucio Stazio, esce nel 1942. Si intitola “La regina dell’amor fu Zazà / la padrona d’ogni cuor fu Zazà”, ma il personaggio di Zazà non ha nulla in comune con il tema della canzone di due anni più tardi che oggi tutti ricordano. Si potrebbe anche pensare che sia ispirata alla chanteuse parigina omonima presente nell’opera di Leoncavallo e in diversi film di primo ‘900.

Dal ’44 in poi la canzone, nella sua seconda versione, sarà interpretata da tantissimi artisti, come Aldo Tarantino, Carlo Buti, Nino Taranto, Massimo Ranieri, Pietra Montecorvino ed è da ricordare in particolare l’interpretazione di Gabriella Ferri. A questo proposito, Pasquale Scialò nella propria pubblicazione “Storia della canzone Napoletana. 1932-2003 (Vol. 2)” cita Renzo Arbore che dichiara: «A Gabriella Ferri quella canzone strana e lontana dai consueti motivi ispiratori, piacque molto. La imparò, la provò, la cantò. E la composizione di Cutolo e Cioffi entrò nel suo repertorio, col rango di un grande cavallo di battaglia. Nella sua visione Zazà cambiò aspetto. Non più un inno di corale allegria ma un urlo di solitudine. La folla era evocata ma non c’era più. La scomparsa di Zazà alludeva a tutte le delusioni della vita».

Forse dalla sua dichiarazione si può intuire chi fosse effettivamente Zazà: un simbolo dello smarrimento in cui la città di Napoli si trovava negli ultimi anni della seconda guerra mondiale e anche successivamente. Una ragazza fra tante, corteggiata dai soldati alleati e poi abbandonata, come fagocitata da quella folla nel clima festoso che la canzone evoca. D’altra parte, in una città devastata dai bombardamenti e dalla fame non era raro sparire senza lasciare traccia. Per questo motivo il tono scherzoso dei versi può essere interpretato come il modo dei napoletani di esorcizzare la paura con una risata. La caratteristica del brano è proprio questa: si può raccontare con ironia o con dramma e regge entrambe le letture senza tradire sé stesso. Da un lato, pensando alla versione di Nino Taranto, si può ascoltare una caccia quasi comica di Isaia in mezzo alla folla. Dall’altro, pensando all’interpretazione di Gabriella Ferri, si percepisce il grido di una perdita collettiva. Ecco perché “Dove sta Zazà?” ancora oggi non smette di affascinare.

Di Francesco Maria Tommasino

 

 

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