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Canzone Napoletana e Guerra: Resistere per Ripartire

 

Canzone Napoletana e Guerra: Resistere per Ripartire – Che si abbiano poche reminiscenze scolastiche dello studio della letteratura italiana, poco importa: sappiamo, in un modo o nell’altro che ogni epoca possiede la propria letteratura (ed ogni altra forma d’arte), che riflette le correnti culturali e ci offre un assaggio delle evoluzioni positive e dell’amaro di quel periodo. La musica non fa eccezione. È sorprendente come un’attività spesso associata alla creatività e alla gioia possa, al tempo stesso, penetrare così profondamente nella nostra psiche tanto da influenzarci, col solo scopo di manipolarci. Questo paradosso è evidente nelle mani dei regimi e delle dittature, che possono sfruttare persino gli aspetti più innocenti a proprio vantaggio, cercando di rigirare a loro favore anche l’ultima mollica di pane.” Ma la medaglia ha sempre due facce: se il potere delle parole riesce a creare tanto male, riuscirà ugualmente a creare tanto bene.

La musica ha da sempre rivestito un ruolo di cruciale importanza nel riflesso dello spirito e dell’identità di una società, specialmente nei periodi di cambiamento e turbolenza. La scena musicale napoletana, nel corso della sua storia, ha affrontato e resistito a eventi epocali di portata straordinaria, dalle due guerre mondiali alla successiva fase di ricostruzione post-bellica. È di questo periodo che si tenderà di comprenderne il contesto storico e sociale in cui si collocano alcune delle canzoni più celebri e emblematiche di quei tempi, esplorando la loro profonda rilevanza in quei momenti cruciali.

  • Canzone Napoletana E Guerra: Le direttive fasciste e i casi Tammurriata Nera, Munasterio ‘e Santa Chiara.

Durante il corso universitario di Storia della lingua italiana, appresi che nei primi anni del regime fascista, Mussolini impose significativi cambiamenti linguistici: questi includevano l’eliminazione di parole straniere estranee al vocabolario italiano e un’enfasi sull’indebolimento, se non l’abolizione totale, dell’uso dei dialetti regionali. Si vede, che in certi casi, quello napoletano ad esempio, gli è tornato particolarmente utile. Al tempo, la scena musicale napoletana ha registrato una mescolanza di influenze e correnti. L’Opera Nazionale del Dopolavoro, un organo politico creato appositamente nel 1925 per gestire il tempo libero, culturale, sportivo dei cittadini dei cittadini italiani, è diventato un importante attore nell’organizzazione delle Piedigrotte musicali (manifestazioni musicali partenopee). Questo organismo ha plasmato diversi aspetti della vita e del costume dei cittadini, promuovendo una forte avversione alla musica straniera. “Bella Abissinia” di Vincenzo Palermo e Francesco Mario Russo, è un esempio di canzone creata ideate per elogiare e promuovere le conquiste coloniali fasciste. Ill clima politico si fece via via più teso, soprattutto dopo l’assassinio di Giacomo Matteotti nel 1924 e questo evento, costrinse molti artisti a prendere una decisione: collaborare con il regime o esprimete la loro disapprovazione.

All’interno di grandi eventi, se ne annidano altri, d’dapprima sporadici, poi quotidiani. Spostiamo lo sguardo su uno dei più frequenti, seppur di qualche anno più avanti.

“Chi l’avrebbe mai detto che casi di miscegeneration presenti a Napoli nel periodo della Liberazione (occupazione) alleata, considerati biasimevoli esempi di sessualità interraziale, si trasformassero nel tempo in creativi simboli di rinnovamento musicale a cui ispirarsi?[1]

Così Pasquale Scialò, noto musicologo e compositore napoletano, introduce in modo eloquente Tammurriata Nera, famosissima canzone scritta nel 1944 da Edoardo Nicolardi e musicata di E.A. Mario. Il brano, (che la sottoscritta ha sempre cantato e ballato allegramente) narra di un episodio realmente accaduto all’ospedale Loreto Mare, dove una giovane donna diede alla luce un bambino dalla pelle scura, frutto di una relazione con un soldato afro-americano. L’episodio scatenò sdegno e condanna in una società profondamente conservatrice (e, allora, ignorante).

Scialò sottolinea giustamente come il tema del meticciato sia legato al colonialismo fascista, un periodo che ha rivelato una profonda asimmetria tra aggressori e vittime, con orribili abusi sessuali compiuti dai soldati. Gli autori della canzone hanno voluto denunciare socialmente le violenze subite dalle donne napoletane, nonostante il pregiudizio dilagante, alimentato dall’ignoranza dell’epoca, come espresso nel coro popolare. Versi come “Niro, niro comm’a che!” potrebbero sottolineare il razzismo implicito verso il criaturo.

La versione della Nuova Compagnia di Canto Popolare amplifica l’ironia della canzone, con riferimenti a “Pistol Packin’ Mama” di Al Dexter, una canzone amata dai soldati americani, che allude alle pistole dei soldati, rappresentando il concepimento in modo sbrigativo e privo di sentimenti. Il brano riesce, con motivo scanzonato, ad illuderci di star andando a ritmo di un ballo spensierato; ha il pregio, di raccontare nella sua cruda semplicità, il dramma di una comunità e della violenza sessuale, dell’inferiorità dei figli meticci, di condizioni di ferocia povertà (talvolta, disperatamente, anche morale).

Risulta difficile oggi, ignorare la testimonianza del musicista italo-americano James Senese: “Quella? (Tammurriata) Quella è una canzone razzista, fai attenzione, non sentire la musica, ascolta le parole.”[2]

Altra storia, altra canzone: il 4 agosto 1943, durante la Seconda Guerra Mondiale, Napoli fu soggetta a un pesante bombardamento da parte dei bombardieri britannici e americani, che colpirono il centro storico causando la distruzione del Monastero di Santa Chiara. Questo evento fu percepito come una grande tragedia dai napoletani. Tuttavia, nonostante la devastazione, il Monastero fu ricostruito in soli dieci anni e nel 1953 fu inaugurata la nuova Santa Chiara, riportandola al suo originario stile gotico.

Munasterio ‘e Santa Chiara è la prima canzone napoletana del dopoguerra c pietra miliare nel rinnovamento del canto partenopeo. La voce di un emigrante desideroso di ritornare a Napoli si leva da questi splendidi versi, piena di timori riguardo alla città profondamente segnata dalla guerra. La melodia ampia, curata da Alberto Barberis, presenta un taglio sorprendentemente moderno, nonostante i suoi numerosi riferimenti lirici. La canzone è intrisa di una drammaticità intensa ma priva di retorica.

Divenne quasi un inno nazionale proprio perché rifletteva i sentimenti di un’intera nazione. La popolazione, trovandosi in un paesaggio di rovine, si confrontò con l’angoscia di un mondo completamente trasformato. Inizialmente, il brano fu creato per essere parte della rivista teatrale “Imputati, alziamoci!” di Vittorio De Sica, che vedeva la partecipazione di celebrità come Totò e Alberto Sordi. Successivamente, con l’aggiunta della musica di Barberis, divenne un autentico inno alla ricostruzione del secondo dopoguerra, che andava oltre i confini di Napoli per rappresentare l’intero popolo italiano.

Munasterio ‘e Santa Chiara…
Tengo ‘o core scuro scuro…
Ma pecché, pecché ogne sera,
Penzo a Napule comm’era
Penzo a Napule comm’è?

 

  • Canzone Napoletana E Guerra: Simmo ‘e Napule paisà.

Ricordiamoci che la medaglia ha due facce: una di queste è sicuramente piena di speranza.

Nel 1944, la guerra si allontanava lentamente da Napoli, che si trovava immersa nel caos delle macerie e sotto l’occupazione inglese e americana. Possiamo ora immaginare il degrado in cui la popolazione soffriva. Una canzone di Peppino Fiorelli intitolata Simme ‘e Napule, paisà’ cercò di esprimere la speranza, ma questa divise la popolazione napoletana come una sorta di spartiacque. Coloro che avevano apprezzato la fine del ventennio fascista la videro come un giusto appello alla rinascita, mentre coloro che avevano combattuto il regime la interpretarono come un invito all’oblio. Questi ultimi furono tratti in inganno da un vecchio detto popolare – chi ha avuto… chi ha dato… – trascurando il significato delle altre strofe che contenevano inviti struggenti a riscoprire la vita e a restituire un senso individuale alla tragedia collettiva. La canzone invitava a godere del sole, del mare e delle canzoni da cantare, ma tra le righe si poteva scorgere la verità che sottolineava l’immensa ferita che la città aveva subito:

Caccia oje nénna ‘o crespo giallo,
miette ‘a vesta cchiù carella,
(…cu na rosa ‘int’’e capille,
saje che ‘mmidia ‘ncuoll’ a me…)
Non nascondendo l’enormità delle ferite della città:
Signurí’, – nce dice a nuje –
Ccá nce steva ‘a casa mia,
só’ rimasto surtant’i’…”

La canzone, eseguita da alcuni dei più grandi cantanti della musica italiana, è divenuta una delle canzoni un simbolo di Napoli nonostante il pericoloso fraintendimento: troppo poco tempo era passato affinché il fascismo diventasse un ricordo, la paura di poterci ricadere era fortemente viva. Eppure, forse, lasciarsi sopraffare di nuovo dal terrore, avrebbe significato far vincere il regime nuovamente. Credo la resistenza si veda soprattutto nei piccoli (ma grandi) tentativi alla resilienza, come quello di credere in una canzone, del suo messaggio, della sua speranza.

  • Canzone Napoletana E Guerra: ‘O Surdato ‘Nnamurato.

Il volto drammatico di Anna Magnani, che in dialetto romano e senza andare a tempo (o forse, col suo tempo), canta per intero ‘O surdato ‘nnamurato davanti un esercito di mutilati, forse l’abbiamo ben in mente: nel film La Sciantosa, (primo della trilogia Tre donne, diretta da Alfredo Giannelli per Rai Uno nel 1971), Flora Bertuccioli, una diva dei café-chantant sul viale del tramonto, viene invitata a cantare per i soldati al fronte. Tonino Apicella, giovane soldato interpretato da un altrettanto giovane (e teneramente impacciato) Massimo Ranieri, accompagnerà Flora insieme ad altri buffi musici, nel suo concerto. La scena che ho brevemente descritto sopra, è il momento dell’intera pellicola: vestita della bandiera italiana con tanto di corona, Flora è pronta per cantare la marcia militare, ma alla vista dei soldati che portano gli evidenti segni della guerra sul corpo (due sono le riprese dettagliate fatte ad un soldato amputato di entrambe le gambe), è come se affrontasse un esame di coscienza lampo. Si strappa le vesti tricolore, si toglie la corona e commossa, chiede a Tonino di intonare “la tua canzone”: ‘O surdato ‘nnammurato, scritto da Aniello Califano, musicata da Enrico Cannio.

Il brano è del 1915, anni della Prima Guerra Mondiale, dove le cause saranno pur diverse, ma le vittime e le conseguenze, l’utilità della guerra in sè, sono sempre le stesse. Il narratore è un soldato che mai menziona il fronte di battaglia né la patria, né i caduti, non contiene invettive o ironie. Il testo si concentra sul sogno dell’amata e in tutte le strofe è sottolineato il desiderio profondo di tornare a casa. Questa semplicità conferisce una notevole potenza alla canzone, ma al tempo stesso mette in allarme i vertici militari. Per loro, il brano rappresentava un inno a chi voleva abbandonare il fronte e la guerra, in pratica, una forma di diserzione. Sognare il ritorno alla persona amata significava nutrire avversione per la trincea, perché se la vita è rappresentata da una donna, essa non poteva essere identificata con la patria. Ecco come una canzone d’amore si trasformò nella più eloquente condanna alla guerra, senza mai menzionarla direttamente o criticarla apertamente. Anche i soldati provenienti da diverse regioni d’Italia, come Veneto, Lombardia e Toscana, cantarono ‘O surdato. Gli alti comandi militari si piegarono alla diffusione della canzone tra le truppe, circa a metà del 1916. Anche dopo cento anni, il brano mantiene la sua rilevanza. Sebbene sia stato osteggiato, censurato e cancellato durante il periodo del fascismo, non è mai scomparso. Questo brano non conosce tempo, né confini o frontiere, rappresentando un messaggio d’amore universale, un richiamo a tutte le volte in cui i pensieri si rivolgono a cose importanti ma distanti, e in cui il dolore della vita si rifugia nell’amore.

Scrive sempe e sta’ cuntenta:
io nun penzo che a te sola
Nu penziero me cunzola,
ca tu pienze sulamente a mme.
‘A cchiù bella ‘e tutt’e bbelle,
nun è maje cchiù bella ‘e te…

Oje vita, oje vita mia
oje core ‘e chistu core
si’ stata ‘o primmo ammore
e ‘o primmo e ll’urdemo sarraje pe’ mme!

[1] Pasquale Scialò, Storia della canzone napoletana, 1932-2003, Volume II, Neri Pozza, I COLIBRì. P. 66.

[2] Ibidem. p. 73

 

Bibliografia

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