
Scarpetta contro D’Annunzio: il diritto alla parodia
Proseguiamo col nostro racconto settimanale di avventure scarpettiane con un doveroso pit stop: la diatriba tra Scarpetta e D’Annunzio.
È il 1903, Gabriele D’Annunzio pubblica “La figlia di Iorio”, una tragedia in tre atti che cattura subito le attenzioni di una grande fetta di pubblico borghese, riuscendo ad avere un successo come pochi prima di lui. Parliamo di un’opera solenne e con tanti rimandi al mondo letterario.
Facciamo adesso un salto temporale all’anno successivo; è il 1904 e ad accorgersi dell’imponenza teatrale de “La figlia di Iorio” è Eduardo Scarpetta, commediografo napoletano che stiamo raccontando in queste settimane come icona della napoletanità di inizio ‘900: contraddittorio, divertente e malinconico. Scarpetta decide, come atto provocatorio, di riscrivere la tragedia dannunziana in chiave parodistica (intitolandola “Il figlio di Iorio”) e mette al centro della storia l’aspetto grottesco dei personaggi attraverso doppi sensi e giochi di parole.
La parodia di Scarpetta ebbe un enorme successo, raggiungendo quasi il livello di popolarità dell’originale; D’Annunzio però non gradì la cosa e si appellò all’accusa di plagio. Nel corso del 1905 quindi ci fu un lungo processo che divenne fin da subito di dominio pubblico. La questione era polarizzante e le due fazioni erano ben delineate: l’aristocrazia del Vate contro il comico del popolo. La sentenza fu senza precedenti e andò ad infilarsi in quel sottile spazio che c’è sempre stato tra ciò che è considerata cultura alta e ciò che è considerata cultura bassa: Scarpetta fu assolto e venne riconosciuto alla parodia il diritto di esistere come forma artistica autonoma. Fu un processo cruciale non solo per il mondo dell’arte, ma per tutta la città di Napoli: agli occhi dei cittadini, in quel momento Scarpetta incarnava identità e voce del popolo e da quel momento in poi venne considerato un vero e proprio paladino.
Ciò che però sfuggiva sia a Scarpetta che a D’Annunzio è che, nonostante le identità diametralmente opposte dei due spettacoli, entrambi attingevano dalla stessa fonte: la musicalità della lingua. Il primo nella cadenza del parlato, il secondo nella poesia. Stesse origini della canzone napoletana classica.
È giusto sottolineare dunque come anche in una vicenda poco piacevole, il racconto di Scarpetta resta un racconto di stampo musicale, ovviamente ironico e contrario al senso di pomposità che veniva da una visione opposta del Sud. Naturalmente, alla mostra “Scarpetta e la canzone napoletana” che si tiene da noi fino al 31 dicembre, proviamo a dimostrarlo ai visitatori attraverso racconti e testimonianze come questa.
Il progetto è realizzato con il contributo della Regione Campania con la legge regionale 7/2003, ingresso libero su prenotazione presso: mostra@napulitanata.com o 3489983871
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