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“ SOUNDTRACK NAPULITAN’ ”

Ep. 1 – La prima regista donna in Italia prende spunto dalla canzone napoletana!

A cavallo tra la fine dell’800 e l’inizio del ‘900, la città di Napoli vive un periodo di transizione: eravamo nel pieno del processo di marginalizzazione politica ed economica dovuto alla perdita di status da capitale del Regno delle Due Sicilie e il cosiddetto “Risanamento”, ovvero il piano di modernizzazione previsto per i quartieri popolari, rischiava di spegnere l’identità partenopea ma soprattutto di allungare le distanze sociali tra ricchi e poveri (un discorso molto attuale). La domanda che ci si pone in modo spontaneo, anche per cercare di imparare dal passato, è la seguente: qual è stato il ruolo degli artisti in questo preciso momento storico?

Il fatto oggettivo è che l’arte assume un duplice ruolo: sia quello di rappresentare la famigerata “cartolina”, quindi il bel vedere della città e l’aspetto folkloristico, sia quello di documentare il problema sociopolitico e le strade. L’unione tra questi due fattori avviene attraverso la lingua, il dialetto napoletano, che in questo momento di ribellione si afferma come lingua della cultura usata contro l’italiano “ufficiale”.

E’ dunque di facile deduzione che la canzone napoletana assume un ruolo centrale in questa sorta di rinascimento culturale per la città che la usa per riflettersi emotivamente e per parlare al mondo. Si parla di amori e di fede, ma anche di emigrazione e povertà; il tutto attraverso un linguaggio lirico di stampo poetico e teatrale. Autori come Libero Bovio, Ernesto Murolo, Eduardo Scala e Salvatore Di Giacomo ne sono i pionieri e quasi formano un movimento. Nasce quindi in maniera ufficiosa il melodramma popolare, che corre all’impazzata tra i vicoli della città e si diffonde tra la gente come faro di speranza.

Ad accorgersene fu anche il mondo del cinema, un mondo nuovo che arrivava dalla Francia coi fratelli Lumière e che l’Italia stava imparando ad apprezzare come realtà parallela al teatro e non sostitutiva. Principalmente, fu l’orecchio (oltre che l’occhio) attento di Elvira Notari ad accorgersene. Parallelamente alla Francia con Alice-Guy infatti, anche l’Italia aveva la propria esponente cinematografica, una figura di fondamentale importanza per la storia del cinema.

All’inizio del ‘900, Elvira Coda sposa Nicola Notari, un fotografo specializzato nella coloritura di pellicole cinematografiche. Insieme fondano una delle prime case di produzione cinematografica in Italia: la Dora Film. Elvira è dunque sia produttrice che autrice delle opere pubblicate e la canzone assume fin da subito un ruolo centrale; di fatti, era previsto un accompagnamento di musica suonata e cantata dal vivo durante la proiezione dei film muti. Si inizia infatti a parlare di una nuova tipologia di contratto per musicisti e cantanti brevettata dalla Dora Film, ovvero quella dei “cantanti appresso”: la sala era vista come uno spazio pubblico e in esso veniva lasciato molto spazio anche alla performance sonora.

Napoli è dunque uno dei primi esempi al mondo di legame forte tra film e canzone. Proprio Elvira Notari, nel 1922, scrive un film chiamato ‘A Santanotte, la cui sceneggiatura è interamente tratta da un omonimo brano del musicista Francesco Buongiovanni e il liricista Eduardo Scala pubblicato due anni prima. Adattare ai film le canzoni popolari diventò da subito un tratto distintivo del cinema della Notari. Ad esempio per il caso sopracitato vi sono delle vere e proprie congruenze tra narrazione e canzone: in entrambe lo sfondo è quello popolare napoletano tipico di quegli anni, quindi vicoli e logge; in entrambe si parla di un amore perduto e di un’attesa stremata e stremante (nella canzone, è il protagonista maschile che attende la donna amata nella notte di Sant’Anna, nel film è la protagonista femminile a subire invece questo tormento); infine, in entrambe le opere è centrale un sentimento di delusione e disillusione legato al sentimento dell’amore, totalmente profanato dalle costrizioni sociali di inizio ‘900. Vi è quindi un approccio quasi documentaristico da parte della regista, che per dare un senso ancor più di crudezza alle immagini si affidava alla forza della canzone che accompagnava le proiezioni dal vivo.

Negli anni successivi molti autori riprenderanno questo concetto, ma è giusto dare merito al cinema napoletano e alla canzone napoletana e riconoscerli come pionieri. Noi di Napulitanata abbiamo scelto di celebrare col nostro lavoro l’arte della canzone napoletana classica e questa piccola rubrica ci sembra un ulteriore modo per raccontare la loro storia e quindi per far luce ancor di più sulla nostra come società e soprattutto come popolo.

di Luca Schisano

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