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Canzone Napoletana: quando la musica genera cliché

Canzone napoletana. Passando in rassegna i diversi testi che si occupano della storia della canzone napoletana, colpisce l’eterogeneità di pensiero riguardo all’argomento: una visione dei fatti idealizzata vede nella città di Napoli e nei suoi abitanti l’incarnazione del canto e della musica, prospettiva che rischia di generare il cliché del napoletano spensierato che ama cantare. Un’analisi più attenta al contesto storico e sociale degli anni in cui si sviluppò la canzone napoletana, invece, può portare ad esiti ben diversi. Le parole di Antonio Grano risultano utili ad esprimere un concetto fondamentale:

È difficile immaginare che a Napoli, durante le occupazioni longobarde, normanne, sveve, angioine, aragonesi, spagnole ecc., dilagasse la voglia di cantare […]. Nessuno può negare che nei secoli precedenti a Napoli si cantava. Ma si cantava anche in Francia o a Firenze. Perché né i francesi né i fiorentini hanno prodotto un fenomeno musicale di portata mondiale, come quello napoletano? (Antonio Grano, Trattato di sociologia della Canzone Classica Napoletana, Palladino, Campobasso, 2004, pp. 11-12.)

Poste le premesse d’obbligo ed essendo quindi chiaro che il napoletano non canta per natura, la domanda (e la relativa risposta) risulta fondamentale a comprendere ciò che realmente sta alla base del “fenomeno” canzone napoletana. Grano individua come causa principale dello sviluppo della canzone napoletana la «coincidenza fra domanda ed offerta» intesi come la «capacità degli artisti di tradurre in versi e musica i bisogni, le aspettative, i valori dei consumatori». I “meriti”, dunque, di Napoli sarebbero stati quelli di offrire un contesto sociale e culturale utile a favorire lo sviluppo del fenomeno musicale della canzone napoletana. In realtà quelli erano gli anni che succedettero l’Unità d’Italia, di sicuro non semplici per Napoli e per il sud Italia: la città partenopea aveva perso il suo rango di capitale e l’Unità non aveva realmente dato i risvolti sociali sperati. Il popolo napoletano non versava in condizioni di prosperità dal momento che la povertà cresceva a dismisura e il trauma politico accentuava il disagio, ed a ciò si aggiungeva la piaga del colera che aveva colpito la città proprio in quegli anni. In questo contesto all’apparenza sfavorevole quella «domanda» e quell’«offerta» di cui parla Grano,  coincisero: la domanda era costituita dai fruitori della canzone napoletana, che furono sia il popolo sia la classe colta. L’offerta fu garantita innanzitutto dai poeti e dai compositori che dettero vita alle canzoni tutt’ora conosciute in tutto il mondo, ma non solo da loro, in quanto intorno alla canzone napoletana si creò un sistema ben preciso che ne facilitò la diffusione e la fruizione. Tornando ai poeti e ai compositori, così come per i fruitori, la provenienza sociale fu alquanto eterogenea: basti pensare ai compositori “colti” quali Tosti, Denza e Costa (solo per citarne qualcuno) e a quelli “popolani” tra cui Gambardella e Di Capua; non solo tra i compositori, ma anche tra i poeti risulta evidente questa doppia provenienza.

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In copertina Napoli, un (dis)ordine in equilibrio 21cmx29,7cm, penna su medaglione universitario di Alfredo Franciosa

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